Pubblicato da: max | dicembre 4, 2016

Funamboli

funambolo

Quando ritornerete bipedi
dovrete ripensare alle formule
per convergere su tracciati reciproci
appaiati speculari a voi stessi
valutarvi in due ipotesi analoghe
due di tutto,
occhi e mani
con il resto,
se quaggiù quel
che è solo viene meno
vive appena sopra il filo sospeso
ma atterrato barcolla
è già perso in un nuovo equilibrio
si confessa

Božidar Stanišić

In sottofondo: “Il funanmbolo” – Riccardo Cocciante

Pubblicato da: max | dicembre 3, 2016

Potremmo ritornare

potremmoritornare

Ho passato tutto il giorno a ricordarti
nella canzone che però non ascoltasti
Tanto lo so che con nessuno avrai più riso e pianto come con me
E lo so io ma anche te

Quasi trent’anni per amarci proprio troppo
La vita senza avvisare poi ci piovve addosso
Ridigli in faccia al tempo quando passa per favore
E ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare

Passo la vita sperando mi capiscano
Amici amori affini prima che finiscano
E ancora sempre solo una strada, la stessa
Cerco sempre la più lunga, la più complessa

Quindi perché mi scanso invece di scontrarti
E tu perché mi guardi se puoi reclamarmi
Ricordi il cielo insegnò al 2013
Io e te all’odio non sappiamo crederci

Tiziano Ferro

Pubblicato da: max | dicembre 2, 2016

Diseguaglianza

ridurreledisuguaglianze

Veniamo al nocciolo della questione. Se vince il Sì il governo (qualunque governo) sarà più forte, e i cittadini conteranno di meno. La riforma punta tutto sulla diminuzione della partecipazione, e sulla autoreferenzialità della classe politica. Come ha scritto don Ciotti, chi ha voluto questa “nuova” Costituzione vede “la democrazia come un ostacolo”, e il bene comune come “una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi”.

Come siamo arrivati a questo? La risposta è tutta racchiusa in una singola parola: diseguaglianza. Secondo il rapporto annuale Istat del 2016, l’Italia è il paese in cui – tra 1990 e 2010 – la diseguaglianza sociale è aumentata di più. In assoluto: “tra tutti i paesi per i quali sono disponibili i dati”. È quello che succede in tutto l’Occidente: pochi ricchi sono sempre più ricchi, mentre si allarga la fascia degli impoveriti e la classe media non arriva agevolmente alla fine del mese. Come ha scritto il premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz, “la stragrande maggioranza sta soffrendo insieme, mentre i pochi in cima alla scala sociale – l’1% – stanno vivendo una vita diversa”.

Ma quando la diseguaglianza arriva a questi livelli, l’establishment ha un problema: la democrazia. Perché in democrazia il voto di un ricco vale quanto quello di un povero. “È diventato un luogo comune dire che vogliamo tutti la stessa cosa e abbiamo solo modi leggermente diversi per giungere a essa. Ma è semplicemente falso. I ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi, chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico” (Tony Judt, Guasto è il mondo, 2010).

E se i poveri votano tutti insieme, il sistema può essere rovesciato. Fino a un certo punto la soluzione è a portata di mano: incoraggiare l’astensione di massa. Non per caso il messaggio (dalla Thatcher a Blair, a Renzi) è: “non c’è alternativa”. Tradotto: “non votate, tanto è inutile”. Ma, da un certo punto in poi, l’astensione non basta: per tenere il conflitto sociale fuori dai luoghi in cui si decide bisogna separare questi luoghi (il parlamento e il governo) dal suffragio popolare, dai cittadini.

È per questo che non voteremmo più il Senato e i governi delle provincie, che le leggi di iniziativa popolare sarebbero in balìa della maggioranza parlamentare, che le regioni verrebbero espropriate di ogni potere reale. In breve, se la diseguaglianza è tale da rendere “pericolosa” la democrazia ci sono due soluzioni: diminuire la diseguaglianza, o diminuire la democrazia. Il governo Renzi ha scelto quest’ultima strada. Non è vero che questa scelta non cambia la prima parte della Costituzione: anzi, ne sovverte il più fondamentale dei principi fondamentali, l’articolo 3. Dove è scritto che “è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il progetto della Costituzione è ridurre la diseguaglianza per consentire la partecipazione: il progetto di questa riforma è ridurre la partecipazione per consentire il perdurare della diseguaglianza.

È per questo che Confindustria, Marchionne, JP Morgan, l’establishment tedesco e in generale il mercato votano Sì. Mentre la Fiom e tutta la Cgil, Libera, l’Arci, l’Anpi e infinite associazioni di cittadini votano No.
Le poche riserve del mondo della finanza (per esempio quelle dell’Economist) non vengono certo da un disaccordo politico, ma dal dubbio (fondato) che le riforme siano così mal congegnate che rischiano di dare un potere blindato nelle mani non dell’establishment, ma di un suo nemico (Grillo).

Ed è così: votare Sì è insieme conservatore e avventurista. Conservatore perché punta su una riduzione della democrazia per conservare la diseguaglianza. Avventurista perché scommette su un abito cucito su misura per un giocatore solo, non contemplando ipotesi subordinate.

Votare No, invece, vuol dire aver compreso che così non si può andare avanti. Che se restringiamo ancora la democrazia, invece di ridurre la diseguaglianza, lo schianto sarà ancora più forte. Vuol dire tenere aperto il campo da gioco del Parlamento, come luogo in cui far arrivare tutto intero il conflitto sociale. Come luogo da cui far partire un cambiamento vero. Cioè radicale.

Per questo il Sì di Romano Prodi è molto triste. Ma non perché ci sia dietro chissà quale calcolo personale. Ma perché Prodi non capisce che ciò che davvero gli sta a cuore, ciò a cui ha dedicato la vita (l’Europa) viene condannato definitivamente a morte dal mantenimento dello stato delle cose.

Una vera classe dirigente dovrebbe capire – per non fare che un solo esempio – che se vogliamo evitare lo schianto, gli Stati devono ricominciare a esercitare la sovranità. La libera circolazione delle merci non può continuare a essere l’unico dogma che regge il mondo: se la Cina continuerà a inondare il mondo di prodotti a costo zero (perché frutto di schiavitù di massa) l’Africa non avrà alcuna possibilità di sviluppo, con conseguenze drammatiche sulle migrazioni.

Se le sfide sono di questa portata – ed è difficile negarlo – uno statista dovrebbe utilizzare la spinta dal basso per cambiare effettivamente lo stato delle cose: non puntare tutto sul tentativo di neutralizzare quella spinta. E invece i padri dell’Unione Europea come Prodi preferiscono mettere la testa sotto il cuscino, in un riflesso che è spiegabile solo con la rassegnazione e l’impotenza. Ma questa scelta finirà proprio col distruggere ciò che vorrebbero salvare. Perché il Sì è come un’aspirina per uno che ha bisogno di un trapianto: il No vuol dire mettersi in lista per l’operazione. Il Sì è come mettere il dito nel buco della diga: il No vuol dire avviarsi a svuotare il bacino che sta per tracimare.

Dire che la “casta” vota Sì non significa fare polemica demagogica contro i privilegi delle élite. Significa prendere atto che vota Sì chi pensa che, tutto sommato, le cose non possano che andare così. E oggi lo pensa solo chi ha qualche forma di garanzia. Chi ha qualcosa da difendere. Diciamolo in modo brutalmente chiaro: i benestanti. E soprattutto i benestanti anziani, che preferiscono non chiedersi come faranno i loro figli e i loro nipoti a tenere insieme diseguaglianza e democrazia. Che pensano che non ci saranno più quando tutto questo salterà in aria.

Io voterò No perché sono cristiano. Voto no perché sono di sinistra. Penso che il mondo è guasto: e bisogna por mano a ripararlo. Tra ridurre la diseguaglianza e ridurre la democrazia, scelgo la prima. Con questa riforma della Costituzione hanno spaccato il Paese, e ci hanno chiesto di decidere con chi vogliamo stare: allora io voglio stare con i miei. Perché “reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri” (Don Lorenzo Milani).

Artilcolo di Tomaso Montanari dal sito huffingtonpost.it

In sottofondo: “Made in Italy” – Ligabue

Pubblicato da: max | novembre 25, 2016

Biglietto lasciato prima di non andar via

nonsonomaipartita

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

In sottofondo: “Le parole perdute” – Fiorella Mannoia

Pubblicato da: max | novembre 24, 2016

Non ti salvare

nonrestareimmobile

Non restare immobile
sul bordo della strada
non congelare la gioia
non amare con noia
non ti salvare adesso
né mai
non ti salvare
non riempirti di calma

non appartare del mondo
solo un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi

non restare senza labbra
non t’addormentare senza sonno
non pensarti senza sangue
non ti giudicare senza tempo

però se
malgrado tutto
non puoi evitarlo
e congeli la gioia
e ami con noia

e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e apparti del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sonno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e resti immobile
al bordo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me.

Mario Benedetti – traduzione Fabrizio Lorusso

In sottofondo: “Any Colour You Like” – Pink Floyd

Pubblicato da: max | novembre 23, 2016

Amori senza domani

amorisenzadomani

Fioriture di desiderio
per cercare una via di scampo
invece nessuno coglie più rose d’amore.
In questa grande abbuffata di male
hanno anche reciso le sue radici
affinché del cuore nulla più cresca
e a tutti sia donata soltanto
la possibilità di crollare
in compagnia di amori senza domani.

Nicola Vacca

In sottofondo: “Via” – Claudio Baglioni

Pubblicato da: max | novembre 22, 2016

Le cose la distanza

lecoseladistanzaFranz Kline

(noi siamo, purtroppo, divenuti
i seguaci di una nuova religione
che ama le cose e scorda le persone)

da “Il cominciamondo” di Tiziano Rossi

io lo so che le mani hanno
bisogno delle cose e che
le cose sono come in attesa
lì dove stanno e so anche
che il sogno giunge spesso
ad una resa indecorosa
con se stesso con l’inganno
che sia natura delle cose invece
andare incontro alle mani ferme

qui perché sognare più non sanno

* * *

fa che si scusino con noi
le cose per il male che ci fanno

e anche col nome che le chiama
a far mucchio qui con l’affanno
di riuscire a possederle e l’illusione
che possano bastarci prima o poi

che ci usino perlomeno la cortesia
di non ammiccare così esplicite
dai luoghi in cui si lasciano anelare

che non ci pesi più di tanto e non crei
danno la distanza che le separa a noi

quella che è legge ci sia, sempre
fra l’oggetto e il suo desiderio

e che sempre ne avanzino cose e che

sia davvero sazio un bel giorno il possedere

* * *

hanno che poi ci si affeziona
a forza di guardarle e anche chi
le confeziona e sa come esporle

e noi abbiamo uno spazio pronto
per loro e un languore che pulsa
specie se lo sconto c’è e ci pare

quasi un dono che scatta allora
assoluta quella brama che non
accetta alcun consiglio l’occhio

è già un ostaggio il portafoglio
cede all’estorsione e il viaggio
dalle cose ai desideri si è compiuto

* * *
le cose che abbiamo
che abbiamo dimenticato

e l’innocenza dell’ombra
che ce le cela entro i lievi
crepacci della memoria
come biacca su una tela

sia il morso in una mela
le bottiglie del latte fuori
della soglia o solo il sorriso
che si sgretola come eroso

e liso si è fatto il pensiero
fra questi greti fra queste
grigie contrade che videro
l’opera dura dei contadini

in queste strade che vanno
fra capannoni e condomini

fra i perché che gridano
inutili l’ansia di un fiore

le cose che abbiamo

che abbiamo fra i mobili
nuovi oramai perduto

* * *
è anche che dopo un po’
esse sembrano scansarsi

pur restando dove sono
dove le abbiamo lasciate

sembra quasi che sbiadiscano
che scadano e ci dicano addio

quando distratti le scorgiamo
soffiano in noi come l’alone

di un ricordo che non ha tempo
di fissarsi di farsi in nostalgia

presi come siamo a rincorrerne
di nuove a tamponare quel vuoto

che sempre chiede che ci chiude
tutti i desideri dietro una vetrina

* * *

i casi in cui esse cessano
anche di essere cose

e si fanno care reliquie
sull’altare dei ricordi

che noi sentiamo mute
amiche uniche testimoni

di un segreto che teniamo
stretto dietro le parole

e le prendiamo in mano
allora le accarezziamo

nel silenzio che si crea
in quel mentre così simile

a quello di una cattedrale
il bacio che si avvicina

a quei piedi di gesso rosa
accavallati le dure gocce

in bilico scarlatte sotto
la borchia del chiodo

* * *

o quando lo sono e non
lo sono che lo sono sì
fisicamente ma che senti
mentalmente solo non lo
sono: cose come il corpo
il marmo di una statua
lo sguardo che fisso sosta
dentro il tuo quel rosario
a grani neri o i fiori finti
appesi alla lapide nel vaso

il raso del mantello viola
di una recita persa lungo
gli anni o la chiara perla
di un orecchino a catenella
delicato metronomo che a lato
del lobo dettò il tempo rosa
di un lontano innamoramento

la lettera di un pentimento
mai espiato o l’aspetto solido
di un suono se scorre insieme
alle lacrime il colore che
cambia nella piccola statuina
della madonna quando piove

e ancora i souvenir i poster
i soprammobili le bomboniere

il cappello a pied-de-poul
di mio padre che mia madre
vuole rimanga sulla sedia
destra in camera di fronte
al letto in quella accanto
una bambola che lo guarda

* * *

qualcosa

come un mozzicone di sigaretta
schiacciato in un posacenere bianco
nell’unico tavolino libero, fuori da un caffè:
il filo di fumo che ancora si libra
sopra il filtro macchiato di rossetto

o una colatura di cera rappresa
dalla molletta al vassoio votivo
in una chiesa deserta, una sera
mentre due spazi oltre mezza candela
ancora tremola la fiammella
di una sua preghiera

oppure l’impronta di una scarpa che
(causa un dispetto; una burla;
o per una perdita d’equilibrio; una spinta)
per sempre rimarrà impressa
in una gettata di cemento

presenze

e già distanze

tracce che qualcuno abbandona lì
e che a noi fanno meditare immaginare:
un volto un destino diverso dal nostro
eppure così diversamente simile

il fatto di giungere con quell’attimo
di ritardo il fatto che qualcun altro
giungerà con un attimo di ritardo
dopo di noi

tentando di immaginare chi eravamo

* * *

Natura morta con dadi rossi

Sono lì sopra il tavolo
in sala lì quasi per caso

il vaso di vetro a righe
azzurre con le conchiglie

le biglie e i dadi rossi
sparsi intorno alla sua base

e poi c’è una vecchia rivista
ripiegata un paio di occhiali

privi di una stanghetta il nero
cappuccio di una bic al centro

di un posacenere in plastica
giallo quasi per caso dicevamo

poste a dirci noi siamo i resti
di una stella come a comporre

una natura morta per poeta
i colori quelli di un addio

* * *

per alcuni gli oggetti hanno
un’anima e si affidano ad essi
come a dei talismani così
sacri li sentono (pure se il loro
valore fosse solo quello affettivo)
che li collocano in luoghi nascosti
per timore che un qualsiasi estraneo
passandovi accanto per caso
li scorga e allunghi una mano
anche solo per sfiorarli gelosi
di una gioia del tutto privata

custodiscono reliquie di un qualcosa
che non sono più capaci di replicare

* * *

ben lo sa chi le colleziona
e spende tutta la sua vita
a cercarle a rimpiangere
le mancanti mai pago
delle molte che possiede

disposto anche a rovinarsi
per non perdere un pezzo
raro che insegue da sempre

come se esso fosse il virus
annidatosi nel suo sangue
di un qualcosa sottrattogli
o perduto già nell’infanzia

* * *

ma c’è invece anche
chi ad esse si sottrae

ben volentieri e si priva
delle cose a lui più care

per fare l’inattesa felicità
di qualcuno cui vuol bene

o a perpetuare un’antica
consuetudine familiare
(quell’anello d’oro con giada
che si tramanda da madre
in figlia da suocera a nuora
per esempio) o chi si disfa

di ogni suo bene per partire
scalzo verso il sacro tempio
del bisogno e della poesia

* * *

le cose che ho perso

una statuina di sapone giallo
a forma di Charlie Brown
che una ragazza mi regalò
per amicizia trent’anni fa

tutte le foto e le lettere
di una vita preparate
in un sacco nero prima
dell’ultimo trasloco
che mia madre accidenti
a lei scambiò per cartacce

il pennello da barba
di mio padre col manico
d’osso che non si è più
trovato dopo la sua morte

la macchinina rossa senza
una ruota che mio figlio
doveva stringere in mano
per potersi addormentare

la vera del mio matrimonio
andato a male che ero certo
di aver messo dentro un vaso
giallo a casa dei miei genitori

le cose che ho perso

per caso che ho perso
proprio perché cose che
forse non ho nemmeno
perso perché nel pensiero
sono ancora qui con me

* * *

stipate alla rinfusa
nei cassetti o adattate
a fungere da soprammobili

ci dicono cosa furono
cosa rappresentarono
per noi in un passato

più o meno prossimo
più o meno remoto
cosa noi rappresentammo

per loro allora cosa
ci indusse ad acquistarle
e poi ad accantonarle

a confidarle cose senza voce

* * *

lasciano che le si scopra
e che poi le si trascuri

che le si senta un dono
e poi le si abbandoni

le si accantoni lise
ormai o ancora intatte

a comporre un eden
di caos nelle soffitte

* * *

occupano spazi

e fra quegli spazi
i nostri sguardi
distratti scivolano
lievi lungo i loro
contorni nudi vanno
incontro alla sostanza
di cui sono composte
legate intessute assemblate

e tramite quegli sguardi
i nostri vaghi pensieri
pesanti urtano nei loro
corpi e regrediscono sino
all’alfa di ciò che ancora
custodiscono una trama
cioè di memoria e reliquia
una sostanza che si sconta

come occaso ammiccante
nello spazio occupato

* * *

figlie del tempo della storia

di tali entità ne serbano
intatte il sigillo anche se
rotte consunte sbiadite

uno stampo ne fu madre
padre un’idea un disegno

copie di copie prototipi
o pezzi unici impongono

la loro data di nascita
il loro stile la loro forma

alla furia famelica delle mode

* * *
gratis è il sorriso
che tradisce e gratis
è l’attesa e l’ombra
che cresce nella borsa
della spesa è gratis
sì anche quella sembra
dire quasi un’altra specie
di grazia la magica parola

crederci poi è arte che consola

ma così raro è il regalo
ormai e gratis solo un nome
antico che muore idiota
nell’alveo di devote illusioni

* * *

proprio così le cose così come sono

muse del desiderio o arpie
di una mancanza la stanza
od il museo in cui son pose

poesia per un catalogo ancor
tutto da sfogliare il furto poi
il dono che dice dannazione

siano un frutto di ceramica
o memorie di un luogo antico
le chiavi e il tintinnio le dita

gelate che cercano a tentoni
l’interruttore le cose che lo
sanno il nostro amore le cose

che conoscono tutte le nostre
debolezze così le cose proprio
così come sono e come stanno

in noi come se ne vanno via
lontano insieme coi giocattoli
l’onda la fionda che si spezza

Fabio Franzin

In sottofondo: “Inner smile” – Texas

Pubblicato da: max | novembre 21, 2016

Petto bianco

pettobianco

Perché io ho il petto bianco, docile,
inoffensivo, dev’essere che le tante
frecce che vanno nell’aria vagando
prendono la sua direzione e lì si piantano.

Tu, la mano perversa che mi ferisce,
se questo è il tuo piacere, poco ti basta;
il mio petto è bianco, è docile ed è umile:
fuoriesce un po’ di sangue… dopo, nulla.

Alfonsina Storni

In sottofondo: “Lo sai da qui” – Negramaro

Pubblicato da: max | novembre 20, 2016

R.I.P.

rip

Questo amore morì
soccombè
è morto
annichilito scaduto
liquidato
ucciso perito
obliterato
morto
sepolto
allora,
perché batte ancora?

Cristina Peri Rossi

In sottofondo: “Love Me Like A River Does” – Melody Gardot

Pubblicato da: max | novembre 19, 2016

Le acque di Eraclito

acquedieraclit

Mi trattengo ai bordi del fiume
a contemplare le cangianti acque
di Eraclito …
Dove il tempo passa trascinando
le sue spalle tra spigoli di lucide pietre.
Tanto mi svelano queste acque, con la sinfonia
di voci che con se trascina.
Rotti specchi dove si frammentano
i volti dei miei genitori e fratelli.
La mia ombra vacilla con il lento fluire
delle ore, le foglie si staccano dagli
alberi, allo stesso modo che i nostri volti perpetuati
in scolorite fotografie.
Cocciuti diciamo d’essere gli stessi:
“Guarda non sono cambiato, continuo ad essere lo stesso
di 30 anni fa”
Il mio volto più recente, 30 secondi fa
si è diluito nella corrente.

Duglas Téllez

In sottofondo: “Ora” – Chiara Civello

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