Pubblicato da: max | dicembre 10, 2016

Come leggere un libro

comeleggereunlibro

La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per noia, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valery Larbaud è il vizio impunito, ma in certi casi smettere di leggere come di fumare può evitare gravi conseguenze.

Si può anche leggere un libro per sospetto e invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libri che ottengono grande successo, i “meglio-venduti”. Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per tentare di scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d’anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi, sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c’è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente.

Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono a un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.

Ennio Flaiano

In sottofondo: “Le storie che non conosci” – Samuele Bersani & Pacifico

Pubblicato da: max | dicembre 9, 2016

La belva che mi strazia

labelvachemistraz

La belva che mi strazia ovunque io vada,
questa passione, questa obliosa brama
che mi soggioga al declinante autunno,
mi lascerà, saziata, in primavera.
Chiusa la piaga, sparirà la febbre, in seno il cuore scioglierà il suo nodo;
prima che torni il picchio avrò scordato
il tuo sguardo, mio oriente ed occidente.
Ma da un simile artiglio non sarò
mai più sicura, anche se amassi ancora:
lungo il mio corpo, vigile nel sonno,
tagliente al bacio, neve alla carezza,
come una spada questa cicatrice fra me e il turbato amante resterà.

Edna St. Vincent Millay

In sottofondo: “Sono come tu mi vuoi” – Irene Grandi

Pubblicato da: max | dicembre 8, 2016

Che direbbe?

chedirebbe

Che direbbe la gente, vuota d’ogni follia
se in un giorno fortuito, per ultrafantasia,
mi tingessi i capelli d’argento e viola
mettessi un peplo greco sciogliessi i miei capelli,
con un cinto di fiori: myosotis o gelsomini,
cantassi per le strade al ritmo dei violini,
o dicessi i miei versi in giro per le piazze
liberando il mio gusto da mortali bavagli?

Verrebbero a guardarmi affollando le strade?
Mi brucerebbero come bruciarono le streghe?
Pregherebbero in coro, ascoltando la messa?

In verità pensandoci mi viene un po’ a ridere.

Alfonsina Storni

In sottofondo: “Worth” – Kool & Klean”

Pubblicato da: max | dicembre 7, 2016

Il lampo del bacio

illampodelbacio

Alcune donne cucinano e poi sono stanche
altre danno la colpa al marito
se qualcosa non sa volare.
Io faccio il caffè
con la caffettiera d’alluminio di mia nonna
che lo voleva lungo a farle compagnia
quando scoppiava la guerra
di una calma feroce sulle pentole annerite
e laviche al sole e passava pomeriggi a strofinarle
nei particolari lasciando scappare l’insieme.
Com’è meravigliosa la vita quando mi chiedi
se faccio il caffè nel silenzio che cammina
fra i libri e il lampo del bacio.

Sarah Tardino

In sottofondo: “This love” – Craig Armstrong

Pubblicato da: max | dicembre 6, 2016

Adesso non sono più sola

nonsonopiusola

come un fiume
che scappa verso il mare.
Torno
alla donna che sempre
viene con me.
Quella che trema
quando la solitudine muove
le punte della notte
o ride quando le strade sono
piene
dei miti quotidiani
negli abissi
di me stessa.

Gloria Young

In sottofondo: “Alessandra” – Biagio Antonacci

Pubblicato da: max | dicembre 5, 2016

I miei occhi vogliono scorrere uno verso l’altro

I miei occhi vogliono scorrere uno verso l’altro
come due laghi vicini
dire uno all’altro
tutto quello che hanno visto
il mio sangue ha molti parenti
non lo vanno mai a trovare
ma quando muoiono,
il mio sangue eredita.

Yehuda Amichai

In sottofondo: “Love My Life” – Robbie Williams

Pubblicato da: max | dicembre 4, 2016

Funamboli

funambolo

Quando ritornerete bipedi
dovrete ripensare alle formule
per convergere su tracciati reciproci
appaiati speculari a voi stessi
valutarvi in due ipotesi analoghe
due di tutto,
occhi e mani
con il resto,
se quaggiù quel
che è solo viene meno
vive appena sopra il filo sospeso
ma atterrato barcolla
è già perso in un nuovo equilibrio
si confessa

Božidar Stanišić

In sottofondo: “Il funanmbolo” – Riccardo Cocciante

Pubblicato da: max | dicembre 3, 2016

Potremmo ritornare

potremmoritornare

Ho passato tutto il giorno a ricordarti
nella canzone che però non ascoltasti
Tanto lo so che con nessuno avrai più riso e pianto come con me
E lo so io ma anche te

Quasi trent’anni per amarci proprio troppo
La vita senza avvisare poi ci piovve addosso
Ridigli in faccia al tempo quando passa per favore
E ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare

Passo la vita sperando mi capiscano
Amici amori affini prima che finiscano
E ancora sempre solo una strada, la stessa
Cerco sempre la più lunga, la più complessa

Quindi perché mi scanso invece di scontrarti
E tu perché mi guardi se puoi reclamarmi
Ricordi il cielo insegnò al 2013
Io e te all’odio non sappiamo crederci

Tiziano Ferro

Pubblicato da: max | dicembre 2, 2016

Diseguaglianza

ridurreledisuguaglianze

Veniamo al nocciolo della questione. Se vince il Sì il governo (qualunque governo) sarà più forte, e i cittadini conteranno di meno. La riforma punta tutto sulla diminuzione della partecipazione, e sulla autoreferenzialità della classe politica. Come ha scritto don Ciotti, chi ha voluto questa “nuova” Costituzione vede “la democrazia come un ostacolo”, e il bene comune come “una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi”.

Come siamo arrivati a questo? La risposta è tutta racchiusa in una singola parola: diseguaglianza. Secondo il rapporto annuale Istat del 2016, l’Italia è il paese in cui – tra 1990 e 2010 – la diseguaglianza sociale è aumentata di più. In assoluto: “tra tutti i paesi per i quali sono disponibili i dati”. È quello che succede in tutto l’Occidente: pochi ricchi sono sempre più ricchi, mentre si allarga la fascia degli impoveriti e la classe media non arriva agevolmente alla fine del mese. Come ha scritto il premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz, “la stragrande maggioranza sta soffrendo insieme, mentre i pochi in cima alla scala sociale – l’1% – stanno vivendo una vita diversa”.

Ma quando la diseguaglianza arriva a questi livelli, l’establishment ha un problema: la democrazia. Perché in democrazia il voto di un ricco vale quanto quello di un povero. “È diventato un luogo comune dire che vogliamo tutti la stessa cosa e abbiamo solo modi leggermente diversi per giungere a essa. Ma è semplicemente falso. I ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi, chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico” (Tony Judt, Guasto è il mondo, 2010).

E se i poveri votano tutti insieme, il sistema può essere rovesciato. Fino a un certo punto la soluzione è a portata di mano: incoraggiare l’astensione di massa. Non per caso il messaggio (dalla Thatcher a Blair, a Renzi) è: “non c’è alternativa”. Tradotto: “non votate, tanto è inutile”. Ma, da un certo punto in poi, l’astensione non basta: per tenere il conflitto sociale fuori dai luoghi in cui si decide bisogna separare questi luoghi (il parlamento e il governo) dal suffragio popolare, dai cittadini.

È per questo che non voteremmo più il Senato e i governi delle provincie, che le leggi di iniziativa popolare sarebbero in balìa della maggioranza parlamentare, che le regioni verrebbero espropriate di ogni potere reale. In breve, se la diseguaglianza è tale da rendere “pericolosa” la democrazia ci sono due soluzioni: diminuire la diseguaglianza, o diminuire la democrazia. Il governo Renzi ha scelto quest’ultima strada. Non è vero che questa scelta non cambia la prima parte della Costituzione: anzi, ne sovverte il più fondamentale dei principi fondamentali, l’articolo 3. Dove è scritto che “è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il progetto della Costituzione è ridurre la diseguaglianza per consentire la partecipazione: il progetto di questa riforma è ridurre la partecipazione per consentire il perdurare della diseguaglianza.

È per questo che Confindustria, Marchionne, JP Morgan, l’establishment tedesco e in generale il mercato votano Sì. Mentre la Fiom e tutta la Cgil, Libera, l’Arci, l’Anpi e infinite associazioni di cittadini votano No.
Le poche riserve del mondo della finanza (per esempio quelle dell’Economist) non vengono certo da un disaccordo politico, ma dal dubbio (fondato) che le riforme siano così mal congegnate che rischiano di dare un potere blindato nelle mani non dell’establishment, ma di un suo nemico (Grillo).

Ed è così: votare Sì è insieme conservatore e avventurista. Conservatore perché punta su una riduzione della democrazia per conservare la diseguaglianza. Avventurista perché scommette su un abito cucito su misura per un giocatore solo, non contemplando ipotesi subordinate.

Votare No, invece, vuol dire aver compreso che così non si può andare avanti. Che se restringiamo ancora la democrazia, invece di ridurre la diseguaglianza, lo schianto sarà ancora più forte. Vuol dire tenere aperto il campo da gioco del Parlamento, come luogo in cui far arrivare tutto intero il conflitto sociale. Come luogo da cui far partire un cambiamento vero. Cioè radicale.

Per questo il Sì di Romano Prodi è molto triste. Ma non perché ci sia dietro chissà quale calcolo personale. Ma perché Prodi non capisce che ciò che davvero gli sta a cuore, ciò a cui ha dedicato la vita (l’Europa) viene condannato definitivamente a morte dal mantenimento dello stato delle cose.

Una vera classe dirigente dovrebbe capire – per non fare che un solo esempio – che se vogliamo evitare lo schianto, gli Stati devono ricominciare a esercitare la sovranità. La libera circolazione delle merci non può continuare a essere l’unico dogma che regge il mondo: se la Cina continuerà a inondare il mondo di prodotti a costo zero (perché frutto di schiavitù di massa) l’Africa non avrà alcuna possibilità di sviluppo, con conseguenze drammatiche sulle migrazioni.

Se le sfide sono di questa portata – ed è difficile negarlo – uno statista dovrebbe utilizzare la spinta dal basso per cambiare effettivamente lo stato delle cose: non puntare tutto sul tentativo di neutralizzare quella spinta. E invece i padri dell’Unione Europea come Prodi preferiscono mettere la testa sotto il cuscino, in un riflesso che è spiegabile solo con la rassegnazione e l’impotenza. Ma questa scelta finirà proprio col distruggere ciò che vorrebbero salvare. Perché il Sì è come un’aspirina per uno che ha bisogno di un trapianto: il No vuol dire mettersi in lista per l’operazione. Il Sì è come mettere il dito nel buco della diga: il No vuol dire avviarsi a svuotare il bacino che sta per tracimare.

Dire che la “casta” vota Sì non significa fare polemica demagogica contro i privilegi delle élite. Significa prendere atto che vota Sì chi pensa che, tutto sommato, le cose non possano che andare così. E oggi lo pensa solo chi ha qualche forma di garanzia. Chi ha qualcosa da difendere. Diciamolo in modo brutalmente chiaro: i benestanti. E soprattutto i benestanti anziani, che preferiscono non chiedersi come faranno i loro figli e i loro nipoti a tenere insieme diseguaglianza e democrazia. Che pensano che non ci saranno più quando tutto questo salterà in aria.

Io voterò No perché sono cristiano. Voto no perché sono di sinistra. Penso che il mondo è guasto: e bisogna por mano a ripararlo. Tra ridurre la diseguaglianza e ridurre la democrazia, scelgo la prima. Con questa riforma della Costituzione hanno spaccato il Paese, e ci hanno chiesto di decidere con chi vogliamo stare: allora io voglio stare con i miei. Perché “reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri” (Don Lorenzo Milani).

Artilcolo di Tomaso Montanari dal sito huffingtonpost.it

In sottofondo: “Made in Italy” – Ligabue

Pubblicato da: max | novembre 25, 2016

Biglietto lasciato prima di non andar via

nonsonomaipartita

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

In sottofondo: “Le parole perdute” – Fiorella Mannoia

Older Posts »

Categorie

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: