Pubblicato da: max | giugno 9, 2017

Nessuno potrà amarti come ti amavo io

Al perderti io a te tu ed io abbiamo perso:
io perché tu eri ciò che più amavo
e tu perché io ero quello che ti amava di più.
Però di noi due tu perdi più di me:
perché io potrò amare altre come amavo te
ma nessuno potrà amarti come ti amavo io.

Ernesto Cardenal

In sottofondo: “She’s The One” – Bruce Springsteen

Pubblicato da: max | giugno 8, 2017

Piena di lussuria

D’accordo
sono passionale, gelosa,
volubile
e piena di lussuria.

Che speravate?

Che avessi occhi,
ghiandole,
cervello, trentatré anni
e che mi presentassi
come un cipresso nel cimitero?

Ana María Rodas

In sottofondo: “I believe” – Dave Koz

Pubblicato da: max | giugno 7, 2017

Che gioia cuore mio

Che gioia, cuore mio, che gioia
quando, piombata in mezzo alle danze,
si è chinata per togliersi l’anello alla caviglia.

I suoi seni sono come mele appena colte
di muschio è il suo profumo
e i capelli sono biondi come il mais.

Ourdia, stella del mattino,
se mi tirassi indietro sarei imperdonabile
questa notte caleranno i pantaloni.

Si Mohand Ou Mhand

In sottofondo: “Che cosa c’è” – Gino Paoli

Pubblicato da: max | giugno 6, 2017

Nei gesti abituali

nei gesti abituali, talvolta, si raddensa
la commozione, come staccarsi dalle pagine
di poesia oppure cercare, negli occhi puliti,
la notte. tremare della sua limpidezza,
nell’aria tersa di neve. è come se il consueto
scivolasse tra pieghe nascoste,
seguendo la lentezza e la cura di un rituale

Emilia Barbato

In sottofondo: “Lovely day” – Michael Lington

Pubblicato da: max | giugno 5, 2017

Scena inadeguata

Mi comporto come un orologio che continua
cocciutamente a scandire il tempo
nonostante la casa
da molti anni ormai sia stata abbandonata da tutti
Ma cosa dirò se
un giorno compariranno alla mia porta
contemporaneamente
tutti i mendicanti accanto ai quali
ero passata senza compassione
O ancora peggio
Mi comporto come un albero dal quale
ormai da molto è stata fatta la cornice di una finestra
ma esso inconsapevole del nuovo ruolo
continua a secernere la stessa resina
che ogni volta si pietrifica nuovamente
nel fondo della fessura
Ma cosa risponderò se
un giorno mi comparirai alla porta
domandandomi
in cosa ho sciupato la gioia
che mi portavi.

Jozefina Dautbegović – traduzione Ginevra Pugliese

In sottofondo: “The Pleasure and the Pain” – Lenny Kravitz

Pubblicato da: max | giugno 4, 2017

Nenia, nel Canavese

Avevano l’altezza che ha l’arbusto
del mirto nero e stretto contro il muro,
camminavano insieme, egli robusto
il corpo, il volto soleggiato e duro,
ella infiammata e ondata da uno scialle
nel dolce portamento delle spalle.

Ora tra i muri o al più lontano prato
o in altra parte non li puoi trovare,
nemmeno discendendo fino al mare.
Fuori del luogo dove il tempo è stato
nessun ricordo si vede o si tocca.
Non c’è più fiato in loro, non c’è bocca.

Erano lì dove ora il mirto ha fiore.
Più meraviglia morte che l’amore.

Agostino Richelmy

In sottofondo: “New Dawn” – Paul Hardcastle

Pubblicato da: max | giugno 3, 2017

Istante

Per nessuna verità al mondo.
Ma se vuoi,
per un soldo di silenzio.

È un istante che divide a metà il paesaggio.

Un attimo umile,
quando qualcuno respira al posto nostro.

Jan Skácel – traduzione di Annalisa Cosentino

In sottofondo: “Lovers in Paris” – Jacob Gurevitsch

Pubblicato da: max | giugno 2, 2017

Trenta miserie d’Italia – I

Italia numero uno è l’antico sapiente:
“questo paese ha un’aria temperata
fertili campi piacevoli colli sane pasture
boschi ombrosi molte maniere di selve
colline ambrate biade viti ulivi
pingui armenti e lane
laghi fiumi fonti porti mari
è un grembo aperto al commercio del mondo
terra nutrice e madre di tutte le terre
per radunare gli imperi
per addolcire i costumi”.

Oggi Italia è al fioco bagliore di disperse candele
piagnucolosa statua di marmo scapitozzato
anche il tempo ha spazzato
la folle opulenza delle sue notti romane.

Bel paese col fascino
dell’orso fra le pere
o appisolato vicino all’alveare
di api laboriose beate intente e non prigioniere.

La desolata Italia
ecco le braccia stende
venite, liberatela,
da voi soccorso attende.

Da che parte guardi?
Perché mi guardi? Bada! Non
fingere, lo sai!

Io guardo te.
Allora il tuo sguardo è buono e
“niente, niente, mio caro
ti raccomando solo che mi tratti
da buon amico”.
Italia numero due bevi e cammina
e non te curà se lampa e tona.

Dice il bambino: bum bum bum è la guerra?
Italia numero uno o numero trenta è la guerra?
Sul prato ride e corre
corre e alza un aquilone al cielo.
Bim bum bam la casa cade brucia l’aquilone
la guerra arriva fra le mani del bambino
Italia numero uno ciau bambino per sempre
anche l’aquilone è caduto.
L’ardente fiamma di passione delle bombe.
Le bombe compiono il loro disperato dovere
hanno per sorte
di esplodere lucidi frammenti che avvampano e volano
a massacrare il tempo lieve della vita
per triturare le ore fino all’estremo destino
e fare di un minuto un secolo.
Che cielo c’è stasera!
Mormora: sai con chi ero prima
di salire le rampe della valle
in un epico tempo di morte
e vita? e per me
di napoleonico coraggio?
Dice: ero la grande armata
con altri uomini andavo
all’assalto di castelli su picchi inaccessibili
nella stagione di giovane guerra e speranza.
Italia numero trenta o Italia numero uno
dalle onde del tempo in brividi di primavera
vulcani che rombano
assisi su isole con lunghi capelli d’oro.
Una ragazza in quel tempo non nata
oggi potrebbe figliare.
La canapa non alita più le sue foglie di menta
nella pianura solcata da carri di guerra.
Esterno con figure.
Ombre di fiamma.
Il canto dei fiumi pellegrini.
Piove da giorni anche oggi il cielo
è basso sulla terra
come il ventre di una cagna
che si distende per allattare.
Italia numero uno numero trenta labbra di miele
capelli serpenti nel prato s’alzano tende
là in fondo pioppi paurosi stridono
al vento della notte
dentro alle tende risiedono senza futuro
soldati prima della battaglia.
Folgoranti naufragi.
Tuona la montagna e travolge.
Rose foglie di neve.
Descrive inebriato
anche lui come tanti per una volta sola
o per sempre partecipe o alienato
le ragazze che nell’autunno perdurano esaltate
e l’improvvisa luce dei
fuochi notturni in una età che impazza
e solo l’amore emblema nudo
rende maturo bianco
sasso crudo.
Gli affanni gettati alla corrente
la vita si quieta ardita e sola.
La gente è malvagia
senza pietà spesso severa.

Buona giusta calma talvolta è spietata.
Italia numero uno Italia numero trenta porto di mare
destinata all’arpione
emergi dall’acqua irascibile e dotta.
L’archivio Datini disperso sui carri è cremato
ti inchini ogni giorno più volte
a Leopardi e ai suoi gelati alla crema.
Dicono sia giusto incidere sopra le pietre
parole di commiato o di
buon ritorno
anche se nulla è stato detto ma
tutto ripetuto.
Enea cammina in short per strade e sentieri
lascia il padre Anchise a lamentarsi sotto un ontano
entra nelle agenzie
cerca terreni in vendita se il prezzo conviene
per alzare città dai vasti destini e ora
ruine frastuoni di gatti pietre tamburi campane.
La terra si svena Italia numero uno o Italia
numero trenta Italia numero mille
alle finestre disponi le impolverate bandiere
canti per strada lingue sepolcrali o disperse
e accade che (canti prepotenti e volgari) nelle
sale vecchie e stanche delle tue biblioteche
caldo rifugio per i topi annoiati
uno studioso d’antichissimo pelo appoggiato al bastone
striscia sul marmo un’ombra lunga e impaziente.
Dagli scaffali i libri gridano inermi
“prendi me! prendi me!”
e il traghettatore in questa piazza appartata
allungando la mano dice “prendo te che risplendi
nella corazza d’oro della tua pergamena
per delibarti come il liquore dei monaci arditi
e perché sei attrezzato per vincere tutte le battaglie del tempo”.
“Mi ha preso al volo e da quest’ora
non sarò più solo
da cinque secoli giacevo impolverato
nel mio silenzio di pecora macellata
e appesa a un ramo”.
Italia numero uno Italia numero trenta io c’ero.
Su montagne ferite dalla violenza del mondo
su piazze inzeppate di pietre
urlanti vendetta e canzoni
io c’ero. Su strade spaccate da un vento feroce
come un foglio bianco appeso a un tronco
l’amico ha lasciato la vita.
Italia numero uno o trenta stabiliamo i dettagli.
Sulla terra arriviamo facciamo le cose poi
il destino ci avventa lontano così l’uomo si copre
di sabbia diventa tratturo polvere bosco mistero notturno.

Solo un pugno fra loro
per un momento si fa
marmo che splende.

Passato contro passato il presente balza contro il futuro.

Dal fiume pesci enormi guizzano a mordere l’uva e le mele.
Sbattono contro le rive i corpi dei soldati.
La corona dello spavento si disegna fra nubi e tramonti.
Una giovane donna arde sopra uno scoglio.

Italia numero uno numero trenta numero mille
il futuro si accascia fra solitarie paure
davanti alla tua porta.

Le tue pietre spegneranno il sole?
Mi sovvengono Owen e Barni il loro concitato destino
allungo la mano
sono vestiti di ghiaccio
e i silenzi spaccano cieli e trame.
Le generazioni si inseguono
non lasciano la presa.
Dalle barche rotolando sui mari in tempesta
scendono i nuovi crociati
spade o corazze,
non lasciano tracce non sottoscrivono orme
cancellano i fiati nell’aria
aspettando la notte
……………………….
aspettano la luce del giorno.
Del giorno.
Non hanno lance. Non scudo.
Non lasciano orme.
Io c’ero.

Roberto Roversi

In sottofondo: “Ok Italia” – Edoardo Bennato

Pubblicato da: max | giugno 1, 2017

Se non ci sei

Se non ci sei,
ho sempre
quel che hai detto
e ho il tuo volto.

Delle tue parole
conservo più a lungo
quelle sommesse.
Quasi soltanto il loro suono,
il loro carezzare.
Poi ci sono quelle
che fanno male,
– difficili da dimenticare.

Dei colloqui rimarrà
solo quanto era nuovo per noi.
Dove i pensieri si incontravano.
Lì il tono della tua voce è
poco femminino,
molto umano.

Non si può dimenticare il tuo volto.
A volte è la vicinanza a farci dimenticare
la bellezza.

Heinz Kahlau – Traduzione di Gio Batta Bucciol

In sottofondo: “Se non ci sei” – Alex Britti

Pubblicato da: max | maggio 31, 2017

Meditazioni

Me ne entrai dove non seppi,
vi rimasi non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

1 – Non capivo dove entravo,
però quando lí mi vidi,
non sapendo dove stavo,
cose eccelse molto intesi;
non dirò quel che sentii,
ché rimasi non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

2 – Di gran pace e di pietà
scienza quella era perfetta,
in profonda solitudine
io l’intesi per via retta;
era cosa sí segreta,
che rimasi balbettando,
ogni scienza trascendendo.

3 – Mi trovai cosí rapito,
cosí assorto ed alienato,
che il mio senso ne rimase
privo d’ogni sentimento,
ogni scienza trascendendo.

4 – Chi vi giunge veramente,
da sé stesso viene meno;
quanto prima egli sapeva,
molto poco allor gli pare;
la sua scienza tanto cresce,
ch’ei rimane non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

5 – Quanto piú si sale in alto,
tanto meno si capisce,
ché una nube tenebrosa
va la notte illuminando,
perciò chi questo conosce
resta sempre non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

6 – Tal sapere non sapendo
ha un cosí alto potere,
che i sapienti argomentando
mai lo posson superare;
ché la scienza lor non giunge
ad un non saper sapendo,
ogni scienza trascendendo.

7 – Sí sublime è l’eccellenza
di cotesto alto sapere,
che non v’è potenza, o scienza
che lo possa conquistare;
chi sé stesso vincer sappia
con un non saper sapendo,
andrà sempre trascendendo.

8 – Or conoscere volete
questa scienza sovrumana?
Essa è un alto sentimento
dell’essenza di Dio vivo;
opra è di sua clemenza
farci stare non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

Giovanni della Croce

In sottofondo: “Transcendence” – Lindsey Stirling

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