Pubblicato da: max | ottobre 10, 2017

Il bruciare un istante

Ci sono vite, sai,
che sono come fiammate di luce,
durano poco, niente,
ardono nel firmamento del nero,
sventano, dilapidano.
Si ricorda la cupa accensione
del fuoco, il becchettare nel vento,
quel colore di fiamma
ossidrica o di stella
che il bruciare un istante rende eterno.

Daniele Piccini

In sottofondo: “Ocean Bloom” – Radiohead & Hans Zimmer

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Pubblicato da: max | ottobre 9, 2017

Hasta siempre

La rivoluzione del mondo, passa attraverso la rivoluzione dell’individuo. La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi.
Ernesto “Che” Guevara

Abbiamo imparato ad amarti
sulla storica altura
dove il sole del tuo coraggio
ha posto un confine alla morte.

Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.

La tua mano gloriosa e forte
spara sulla storia
quando tutta Santa Clara
si sveglia per vederti.

Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.

Vieni bruciando la nebbia
come un sole di primavera,
per piantare la bandiera
con la luce del tuo sorriso.

Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.

Il tuo amore rivoluzionario
ti spinge ora a una nuova impresa
dove aspettano la fermezza
del tuo braccio liberatore.

Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.

Continueremo ad andare avanti
come fossimo insieme a te
e con Fidel ti diciamo:
Per sempre, Comandante!

Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.

Carlos Puebla

In sottofondo: “Hasta siempre Comandante” – Nomadi

Pubblicato da: @riel | ottobre 8, 2017

Non riesci a star zitto

Non riesci a star zitto
sul tuo amore. E forse agli altri
importa?
Se hai esultato
In silenzio, ora in silenzio
soffri, ma non dire nulla.
È di un’essenza l’amore
che si corrompe parlando:
Nel silenzio prende vita,
di silenzio si alimenta
e col silenzio si schiude
come un fiore.
Non parlarne;
Soffrine dentro,
ma muto.

Se morirà, con lui muori,
Se vivrà, vivi con lui.
Fra morte e vita,
taci,
Non ammette testimoni.

Luis Cernuda

In sottofondo: “Persone silenziose” – Luca Carboni & Tiziano Ferro

Pubblicato da: max | ottobre 7, 2017

Tu sei la verità

Tu sei la verità
più accertata di me.
Mi cingi le spalle
con un cappotto
che non esiste più.
Ecco tutto il senso
di questo ricordo.
Che il movimento
delle tue mani
fa il mio corpo.
Afferri
un secondo d’oro
della pioggia del mio occhio.
Ostaggio del fondo.
Dove cresce l’albero.
La casa sotto il cielo
della tua anima.

Tanja Kragujevic

In sottofondo: “Slow Hands” – Niall Horan

Pubblicato da: @riel | ottobre 6, 2017

Da soli e mai più soli

“Gli innamorati viaggiano sempre su due treni diversi, due treni paralleli che si fermano raramente a una stazione. Sono due treni che viaggiano sempre sulla stessa linea infinita, paralleli come dicevo, ma che vanno in direzioni opposte. E gli innamorati, quelli veri, quelli che si ritrovano sempre nonostante il mondo e il destino continuino a dire di “no”, li puoi sempre riconoscere al volo perché ad un certo punto delle loro vite, quando i rispettivi cuori dicono che il tempo è finalmente maturo, scendono alla stessa stazione e si fondono in un abbraccio speciale, uno di quelli che magicamente sistema tutto ciò che il mondo e il destino avevano incasinato, e se ne stanno lì, in quel piccolo marciapiede-isola che divide due rotaie infinite, mentre i loro rispettivi treni riprendono il loro opposto tragitto, lasciandoli lì. Da soli, e mai più soli.”

Andrea Spartà

In sottofondo: “Mai più sola” – Neri per caso

Pubblicato da: max | ottobre 5, 2017

Reciproca metà elettiva

Lei era il sentire al massimo grado,
la vita declinata al superlativo assoluto.
L`amava, ma era l’altra.
Quella del tempo che non scorre e non si avvicenda perché divergente e parallelo.
Con lei non poteva esistere passato, non era immaginabile futuro.
Solo presente vissuto e consumato in fretta,
come in fretta doveva essere consumato l’amore clandestino.

Annalisa Giuliani da “L’amore coniugato” – Ianieri ed.

In sottofondo: “Cose” – Francesco De Gregori

Pubblicato da: max | ottobre 4, 2017

La rivoluzione nasce dalla vergogna

Il sentimento rivoluzionario per eccellenza è la vergogna.
La vergogna è un sentimento politico molto forte.
Anche la collera, ma questa ha la miccia corta, può avere grande intensità ma dura poco, svanisce presto.
La vergogna invece ti tormenta, ti si appiccica addosso e a un certo punto non ne puoi più.
E’ questo sentimento che porta alla ribellione e alla ricerca di risposte alternative.

Erri De Luca

In sottofondo: “Peace Piece” – Bill Evans

Pubblicato da: max | ottobre 3, 2017

Inniò

La parte soleggiata di noi stessi
non somiglia a questo prato d’agosto
che vedi
somiglia piuttosto a una pietra
che il tempo abbia sepolta
nel fondo profondo di noi
oppure sta come un’isola
e noi siamo sponda
ma sempre al di qua di quell’isola
dove io si dice per dire
– per essere – noi.

Pierluigi Cappello

Se c’era una cosa che veramente faceva imbufalire Pierluigi Cappello era ascoltare quella banalità, sempre la stessa: “Tu soffri tanto, tu sei su una sedia a rotelle da una vita, per forza scrivi così”. Lui ripeteva invece di essere un poeta malgrado la fragilità fisica, non grazie ad essa. L’ha spiegato a tutti per più di dieci anni trascorsi in una baracca del terremoto a Tricesimo, Udine, un prefabbricato donato dall’Austria al Friuli dopo l’ecatombe del 1976. Tra scatoloni, fotografie, matite, sigarette e bottiglie veniva ogni tanto un topo a farsi una passeggiata, oppure uno scroscio di pioggia dal tetto che non teneva più.

Pierluigi picchiava contro gli spigoli, muovendosi su quelle ruote che erano le sue gambe da quando ebbe l’incidente in moto: 16 anni lui, una promessa dell’atletica leggera, gli stessi del suo amico che morì sul colpo. “Ma sarei diventato poeta lo stesso, anzi di più, anche meglio”.

Pierluigi era un uomo bellissimo. Forse non è questa la prima cosa che si dovrebbe dire di lui, ma lo era. Sosteneva che il poeta è un vasaio, l’ultimo artigiano rimasto. Riempiva di pensieri e spunti le sue agendine nere, i post-it che incollava dappertutto, e non aveva fretta. Cesellò appena trenta poesie negli ultimi 6 anni strappati a una sofferenza fisica indicibile, dopo che la legge Bacchelli era finalmente riuscita a levarlo dalla baracca. Ma era ugualmente una vita grama, nessuno può campare di poesia, neppure un Premio Viareggio come Pierluigi: 700 euro al mese di pensione d’invalidità, i gettoni di qualche serata di letture, un po’ di lezioni ma poche perché il suo corpo si affaticava presto, e ogni spostamento richiedeva la mobilitazione di tanti amici. Lui li portava tutti nel petto, “gno cûr”, mio cuore. La lingua friulana è stata il suo doppio registro, la parola delle radici, il suono forte e duro per dire l’indicibile.

È stato molto letto e molto amato, Pierluigi Cappello che ammirava l’anima di grafite delle matite, “la possibilità di cancellare e tornare indietro, magari lo si potesse fare davvero”. Ogni giorno la sua vicina di casa, la signora Marisa, anche lei accampata tra quattro assi traballanti (il terremoto come dolore che incombe, spaventa e minaccia, nodo tagliato, malanno che può sempre tornare) bussava alla porta con un tòc tòc gentile e chiedeva a Pierluigi se servisse qualcosa, e lo aiutava in una piccolissima cosa tra le tante che occorrevano e chiedevano il conto. Tutto lì intorno era simbolico e concreto, il sentimento del crollo continuo, le scosse che sfregiano la terra e il respiro, la resistenza, la ricostruzione quotidiana di sé. “Fuori il sole/è fiorito sui rami, sorridente/fra me che scrivo e la parola niente”.

Parola dialogica, parola di scavo e d’incanto quella di Cappello, lo stesso dei bambini che prendono in mano i colori. “Giù, nel piccolo pugno, il pastello teneva/finestre aperte su un cielo grande,/lontano da noi.” Ma nessuna romanticheria, nessuna concessione alla fragilità del corpo che da dentro grida. “Il poeta non scrive della rosa ma di questa rosa, delle sue sfumature, della sua breve durata”. Considerava il dialetto “un modo per allargare la tastiera, un più ricco registro espressivo e un’occasione di convivenza troppo spesso sprecata”. Dopo anni trascorsi a modellare la creta dei versi con le mani, Pierluigi si era cimentato anche con la narrativa e il suo sguardo era sempre pieno di stupefatto nitore, un ramo puntava l’azzurro del cielo e subito il pianto lo bagnava. “Ci si sfila dal mondo così,/come da un vestito stanco delle feste,/quando viene la sera”.

La sera di Pierluigi Cappello è infine venuta dopo troppa fatica sopportata, una sera scesa davvero come liberazione. Quanto mancheranno agli amici quegli occhi puliti e freschi come finestre spalancate nel vento del mattino, e il suo modo di leggere le parole ad alta voce, la profondità di quel suono. “Non ci siamo sposati, io e il mio dolore siamo una coppia di fatto” diceva, sorridendo ma senza concedere neppure un punto all’avversario. Altro che alleato, un ingombro semmai e non solo nel momento della scrittura. Tutto, per Pierluigi, era sforzo sovrumano eppure nessuno è riuscito ad essere più umano di lui, si trovasse tra i topi o immerso nel profumo del calicanto che in pieno inverno annuncia un’altra vita. Adesso bisogna immaginarlo libero, finalmente. Nella lingua friulana c’è una parola bellissima e intraducibile, “inniò”, si potrebbe dire “in nessun dove”. Ecco, il caro Pierluigi ora è lì. “Jo? Jo o voi discôlç viers inniò”,/i siei vôi il celest, piturât di un bambin”. “Io? Io vado scalzo verso inniò, i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino”

di MAURIZIO CROSETTI da la Repubblica del 1/10/2017

In sottofondo: “You Don’t Have To Go Home” – Boney James

Pubblicato da: max | ottobre 2, 2017

Neve in ufficio

Una certa nostalgia di palme. Qui
è freddo, ma non soltanto. I tuoi baci
al mattino sono pochi, poi sto seduto
otto ore qui in ufficio. Anche tu sei
una reclusa e non possiamo
telefonarci. Alzare il ricevitore
e origliare? Telefono, perché il tuo
polso batte solo per altri? Qualcuno chiede:
“Come stai?”, e senza attendere risposta
è già fuori dalla stanza.

Che cosa può muovere l’amore? Io calcolo
i prezzi e vengo calcolato. Tutti i pezzi di ricambio,
le parti di caldaia, i bruciatori a olio, tutti passano
per la mia testa come numeri, nient’altro.
E anch’io passo attraverso qualcuno
come un numero. Ma alla sera vengo da te
con tutto quello che sono. Scienziati
scrivono che anche l’amore è
una relazione produttiva. E dove sono
le palme? Le palme si mostrano sulla spiaggia
di una cartolina illustrata; e noi, supini,
le contempliamo. Al mattino ritorniamo
in ufficio, ognuno al suo posto.
Con un numero, come il telefono.

Jürgen Theobaldy – Traduzione di Gio Batta Bucciol

In sottofondo: “Like someone in love” – Bill Evans

Pubblicato da: max | ottobre 1, 2017

Ottobre

Sdraiato sulla terra, là presente.
l’infinito paese castigliano,
che l’autunno awolgeva nell’arcano
dorato del suo sole all’occidente.
Lento, l’aratro, parallelamente
la zolla apriva, e il seme con la mano
aperta nelle viscere il villano
gettava della terra, onestamente.
Pensai strapparmi il cuore, e là gettarlo,
pieno del suo soffrire alto e profondo,
del tenero terreno nel calore,
per vedere se, infranto, a seminarIo,
la primavera di svelasse al mondo
l’albero puro dell’etèrno amore.

Juan Ramòn Jiménez

In sottofondo: ” Poesia d’ottobre” – Alunni del sole

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