Pubblicato da: max | aprile 27, 2017

Ode a Federico Garcìa Lorca

Se potessi piangere di paura in una casa abbandonata,
se potessi cavarmi gli occhi e mangiarmeli,
lo farei per la tua voce di arancio in lutto
e per la tua poesia che vien fuori gridando.

Perchè per te dipingono di azzurro gli ospedali
E crescono le scuole e i rioni sul mare
E s’infoltiscono di piume gli angeli feriti
E si rivestono di squame i pesci nuziali
E i porcospini volano verso il cielo:
per te le sartorie con le nere membrane si gremiscono di cucchiai e di sangue
e inghiottono nastri rotti e si uccidono a baci
e vestono di bianco.

Quando voli vestito di pèsca,
quando, ridendo, sembri sconvolto da un turbine,
quando per cantare scuoti le arterie e i denti
e la gola e le dita,
vorrei morire tanto dolce sei,
vorrei morire per i laghi rossi
dove abiti avvolto dall’autunno
con un corsiero caduto e un dio insanguinato.
Vorrei morire per i cimiteri
Che come fiumi di cenere passano
Con acque e tombe,
di notte, fra campane affogate:
fiumi gremiti come camerate
di soldati ammalati, che all’improvviso crescono
verso la morte in fiumi con numeri di marmo
e corone marcite e oli funerari:
vorrei morire per vederti di notte
mentre guardi passare le croci annegate,
in piedi e piangendo,
perchè davanti al fiume della morte
piangi ferito e abbandonato,
piangi piangendo, con gli occhi gonfi
di lacrime, di lacrime, di lacrime.

Se potessi di notte, perdutamente solo,
accumular oblio e ombra e fumo
su ferrovie e vapori,
con un imbuto nero,
mordendo le ceneri,
lo farei per l’albero in cui cresci,
per i nidi d’acque dorate che raccogli
e per il rampicante che ti riveste le ossa
partecipandoti il segreto della notte.

Città con odore di rorida cipolla
Attendono che tu passi col tuo canto arrochito
E t’incalzano silenziose navi di sperma
E verdi rondini fanno il nido nei tuoi capelli,
e poi chiocciole e settimane,
alberature avviluppate e ciliege
si muovono per sempre se si affacciano
la tua pallida testa di quindici occhi
e la tua bocca di sangue inabissato.

Se potessi impregnare i municipi di fuliggine,
e coi singhiozzi abbattere gli orologi,
lo farei per vedere quando a casa tua
giunge l’estate con le labbra rotte,
giunge una folla in abiti morenti,
giungono plaghe di amaro splendore,
giungono morti vomeri e papaveri,
giungono uomini a cavallo e becchini,
giungono astri e mappe insanguinate,
giungono palombari coperti di cenere,
giungono uomini in maschera che trascinano
vergini trafitte da grandi coltelli,
giungono radici, vene, ospedali,
sorgive, formiche,
giunge la notte col letto dove muore
un ussaro tra i ragni solitario,
giunge una rosa di odio e di spilli,
giunge una nave dal colore scialbo,
giunge un giorno di vento con un bimbo,
giungo io con Oliverio, Norah,
Vicente Aleixandre, Delia,
Maruca, Malva Marina, Maria Luisa e Larco,
la Rubia, Rafael, Ugarte,
Cotapos, Rafael Alberti,
Carlos, Bebè, Manolo Altolaguirre,
Molinari,
Rosales, Concha Méndez,
e altri che non rammento.

Vieni perchè ti incoroni, giovane della salute
e della farfalla, giovane puro
come un nero baleno sempre libero,
e conversando tra noi,
ora che non c’è più nessuno tra le rocce,
parliamoci con la nostra solita semplicità:
a cosa servono i versi se non alla rugiada?

A cosa servono i versi se non a quella notte
In cui un pugnale amaro ci esplora, a quel giorno,
a quel crepuscolo,a quel cantuccio offeso
dove il cuore stremato dell’uomo si prepara a morire?

Sopratutto di notte,
di notte vi sono molte stelle,
tutte dentro un fiume
come un nastro di lutto alle finestre
delle case piene di povera gente.

Qualcuno è morto loro, forse
hanno perduto il lavoro negli uffici,
negli ospedali, negli ascensori,
nelle miniere,
soffrono gli uomini costantemente feriti
e dappertutto c’è volere e pianto:

Mentre le stelle scorrono in un fiume senza fine,
c’è molto pianto alle finestre,
le soglie sono corrose dal pianto,
le camere sono molli di pianto
che arriva come un’onda a mordere i tappeti.

Federico,
tu vedi il mondo, le strade,
l’aceto,
gli addii nelle stazioni
quando il fumo alza le sue spire decisive
verso un luogo dove trovi soltanto
qualche separazione, ciottoli, strade ferrate.

C’è tanta gente che fa domande
dappertutto:
il cieco sanguinante e l’iracondo e
l’avvilito
e il miserabile, l’albero delle unghie,
il bandito con l’invidia sulle spalle.

Così è la vita, Federico, ecco
le cose che può offrirti la mia amicizia
di malinconico uomo virile.
Anche da solo sai già molte cose
e altre ne saprai un pò alla volta.

Pablo Neruda

In sottofondo: “Take this waltz” – Leonard Cohen

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