Pubblicato da: max | novembre 22, 2016

Le cose la distanza

lecoseladistanzaFranz Kline

(noi siamo, purtroppo, divenuti
i seguaci di una nuova religione
che ama le cose e scorda le persone)

da “Il cominciamondo” di Tiziano Rossi

io lo so che le mani hanno
bisogno delle cose e che
le cose sono come in attesa
lì dove stanno e so anche
che il sogno giunge spesso
ad una resa indecorosa
con se stesso con l’inganno
che sia natura delle cose invece
andare incontro alle mani ferme

qui perché sognare più non sanno

* * *

fa che si scusino con noi
le cose per il male che ci fanno

e anche col nome che le chiama
a far mucchio qui con l’affanno
di riuscire a possederle e l’illusione
che possano bastarci prima o poi

che ci usino perlomeno la cortesia
di non ammiccare così esplicite
dai luoghi in cui si lasciano anelare

che non ci pesi più di tanto e non crei
danno la distanza che le separa a noi

quella che è legge ci sia, sempre
fra l’oggetto e il suo desiderio

e che sempre ne avanzino cose e che

sia davvero sazio un bel giorno il possedere

* * *

hanno che poi ci si affeziona
a forza di guardarle e anche chi
le confeziona e sa come esporle

e noi abbiamo uno spazio pronto
per loro e un languore che pulsa
specie se lo sconto c’è e ci pare

quasi un dono che scatta allora
assoluta quella brama che non
accetta alcun consiglio l’occhio

è già un ostaggio il portafoglio
cede all’estorsione e il viaggio
dalle cose ai desideri si è compiuto

* * *
le cose che abbiamo
che abbiamo dimenticato

e l’innocenza dell’ombra
che ce le cela entro i lievi
crepacci della memoria
come biacca su una tela

sia il morso in una mela
le bottiglie del latte fuori
della soglia o solo il sorriso
che si sgretola come eroso

e liso si è fatto il pensiero
fra questi greti fra queste
grigie contrade che videro
l’opera dura dei contadini

in queste strade che vanno
fra capannoni e condomini

fra i perché che gridano
inutili l’ansia di un fiore

le cose che abbiamo

che abbiamo fra i mobili
nuovi oramai perduto

* * *
è anche che dopo un po’
esse sembrano scansarsi

pur restando dove sono
dove le abbiamo lasciate

sembra quasi che sbiadiscano
che scadano e ci dicano addio

quando distratti le scorgiamo
soffiano in noi come l’alone

di un ricordo che non ha tempo
di fissarsi di farsi in nostalgia

presi come siamo a rincorrerne
di nuove a tamponare quel vuoto

che sempre chiede che ci chiude
tutti i desideri dietro una vetrina

* * *

i casi in cui esse cessano
anche di essere cose

e si fanno care reliquie
sull’altare dei ricordi

che noi sentiamo mute
amiche uniche testimoni

di un segreto che teniamo
stretto dietro le parole

e le prendiamo in mano
allora le accarezziamo

nel silenzio che si crea
in quel mentre così simile

a quello di una cattedrale
il bacio che si avvicina

a quei piedi di gesso rosa
accavallati le dure gocce

in bilico scarlatte sotto
la borchia del chiodo

* * *

o quando lo sono e non
lo sono che lo sono sì
fisicamente ma che senti
mentalmente solo non lo
sono: cose come il corpo
il marmo di una statua
lo sguardo che fisso sosta
dentro il tuo quel rosario
a grani neri o i fiori finti
appesi alla lapide nel vaso

il raso del mantello viola
di una recita persa lungo
gli anni o la chiara perla
di un orecchino a catenella
delicato metronomo che a lato
del lobo dettò il tempo rosa
di un lontano innamoramento

la lettera di un pentimento
mai espiato o l’aspetto solido
di un suono se scorre insieme
alle lacrime il colore che
cambia nella piccola statuina
della madonna quando piove

e ancora i souvenir i poster
i soprammobili le bomboniere

il cappello a pied-de-poul
di mio padre che mia madre
vuole rimanga sulla sedia
destra in camera di fronte
al letto in quella accanto
una bambola che lo guarda

* * *

qualcosa

come un mozzicone di sigaretta
schiacciato in un posacenere bianco
nell’unico tavolino libero, fuori da un caffè:
il filo di fumo che ancora si libra
sopra il filtro macchiato di rossetto

o una colatura di cera rappresa
dalla molletta al vassoio votivo
in una chiesa deserta, una sera
mentre due spazi oltre mezza candela
ancora tremola la fiammella
di una sua preghiera

oppure l’impronta di una scarpa che
(causa un dispetto; una burla;
o per una perdita d’equilibrio; una spinta)
per sempre rimarrà impressa
in una gettata di cemento

presenze

e già distanze

tracce che qualcuno abbandona lì
e che a noi fanno meditare immaginare:
un volto un destino diverso dal nostro
eppure così diversamente simile

il fatto di giungere con quell’attimo
di ritardo il fatto che qualcun altro
giungerà con un attimo di ritardo
dopo di noi

tentando di immaginare chi eravamo

* * *

Natura morta con dadi rossi

Sono lì sopra il tavolo
in sala lì quasi per caso

il vaso di vetro a righe
azzurre con le conchiglie

le biglie e i dadi rossi
sparsi intorno alla sua base

e poi c’è una vecchia rivista
ripiegata un paio di occhiali

privi di una stanghetta il nero
cappuccio di una bic al centro

di un posacenere in plastica
giallo quasi per caso dicevamo

poste a dirci noi siamo i resti
di una stella come a comporre

una natura morta per poeta
i colori quelli di un addio

* * *

per alcuni gli oggetti hanno
un’anima e si affidano ad essi
come a dei talismani così
sacri li sentono (pure se il loro
valore fosse solo quello affettivo)
che li collocano in luoghi nascosti
per timore che un qualsiasi estraneo
passandovi accanto per caso
li scorga e allunghi una mano
anche solo per sfiorarli gelosi
di una gioia del tutto privata

custodiscono reliquie di un qualcosa
che non sono più capaci di replicare

* * *

ben lo sa chi le colleziona
e spende tutta la sua vita
a cercarle a rimpiangere
le mancanti mai pago
delle molte che possiede

disposto anche a rovinarsi
per non perdere un pezzo
raro che insegue da sempre

come se esso fosse il virus
annidatosi nel suo sangue
di un qualcosa sottrattogli
o perduto già nell’infanzia

* * *

ma c’è invece anche
chi ad esse si sottrae

ben volentieri e si priva
delle cose a lui più care

per fare l’inattesa felicità
di qualcuno cui vuol bene

o a perpetuare un’antica
consuetudine familiare
(quell’anello d’oro con giada
che si tramanda da madre
in figlia da suocera a nuora
per esempio) o chi si disfa

di ogni suo bene per partire
scalzo verso il sacro tempio
del bisogno e della poesia

* * *

le cose che ho perso

una statuina di sapone giallo
a forma di Charlie Brown
che una ragazza mi regalò
per amicizia trent’anni fa

tutte le foto e le lettere
di una vita preparate
in un sacco nero prima
dell’ultimo trasloco
che mia madre accidenti
a lei scambiò per cartacce

il pennello da barba
di mio padre col manico
d’osso che non si è più
trovato dopo la sua morte

la macchinina rossa senza
una ruota che mio figlio
doveva stringere in mano
per potersi addormentare

la vera del mio matrimonio
andato a male che ero certo
di aver messo dentro un vaso
giallo a casa dei miei genitori

le cose che ho perso

per caso che ho perso
proprio perché cose che
forse non ho nemmeno
perso perché nel pensiero
sono ancora qui con me

* * *

stipate alla rinfusa
nei cassetti o adattate
a fungere da soprammobili

ci dicono cosa furono
cosa rappresentarono
per noi in un passato

più o meno prossimo
più o meno remoto
cosa noi rappresentammo

per loro allora cosa
ci indusse ad acquistarle
e poi ad accantonarle

a confidarle cose senza voce

* * *

lasciano che le si scopra
e che poi le si trascuri

che le si senta un dono
e poi le si abbandoni

le si accantoni lise
ormai o ancora intatte

a comporre un eden
di caos nelle soffitte

* * *

occupano spazi

e fra quegli spazi
i nostri sguardi
distratti scivolano
lievi lungo i loro
contorni nudi vanno
incontro alla sostanza
di cui sono composte
legate intessute assemblate

e tramite quegli sguardi
i nostri vaghi pensieri
pesanti urtano nei loro
corpi e regrediscono sino
all’alfa di ciò che ancora
custodiscono una trama
cioè di memoria e reliquia
una sostanza che si sconta

come occaso ammiccante
nello spazio occupato

* * *

figlie del tempo della storia

di tali entità ne serbano
intatte il sigillo anche se
rotte consunte sbiadite

uno stampo ne fu madre
padre un’idea un disegno

copie di copie prototipi
o pezzi unici impongono

la loro data di nascita
il loro stile la loro forma

alla furia famelica delle mode

* * *
gratis è il sorriso
che tradisce e gratis
è l’attesa e l’ombra
che cresce nella borsa
della spesa è gratis
sì anche quella sembra
dire quasi un’altra specie
di grazia la magica parola

crederci poi è arte che consola

ma così raro è il regalo
ormai e gratis solo un nome
antico che muore idiota
nell’alveo di devote illusioni

* * *

proprio così le cose così come sono

muse del desiderio o arpie
di una mancanza la stanza
od il museo in cui son pose

poesia per un catalogo ancor
tutto da sfogliare il furto poi
il dono che dice dannazione

siano un frutto di ceramica
o memorie di un luogo antico
le chiavi e il tintinnio le dita

gelate che cercano a tentoni
l’interruttore le cose che lo
sanno il nostro amore le cose

che conoscono tutte le nostre
debolezze così le cose proprio
così come sono e come stanno

in noi come se ne vanno via
lontano insieme coi giocattoli
l’onda la fionda che si spezza

Fabio Franzin

In sottofondo: “Inner smile” – Texas

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