Pubblicato da: max | ottobre 18, 2015

In memoriam

inmemoriam

Da tanto tempo lo spirito non abita più qui.
Ma come si suole dire – o mia pensosa prepensionata mente –
ogni lasciata è persa: avere in casa la scrittura corrente oggi mi serve
soltanto per non smentire la fiducia malriposta in una
che a tempo perso eroga da sempre – gettito –
nella perduta mente della cassintegrata amanuense.
Basta un attimo di distrazione e le spoglie tendine scivolano,
si sfilano rovinosamente tinnendo i cerchietti che sorressero
graziose pieghe, trame d’uncinetto
dentro il panorama che accoglie il mio il tuo nome un altro
le nostre vertebre sgranate come piselli dentro una ciotola di stagno
Dentro la madre senza respiro infinitamente piangiamo
la morte soprana che ci precedette e ora ci infissa.
Passerà, passerà anche questa mi dico, piena di rimorso.
L’ultima immagine è sempre la più bella, non demordo.
Oggi rimedio che anche non torni all’inverno, mia dolce chimera
Ma non poter più vedere un mattino d’estate o bucarti con un ago
di rimembranza o fare due passi o spalancare la bocca
ad un duplice sorriso di teschio e d’inconsulta brama
non poter più sentire la gioia profonda in questi lombi,
Amica capretta, che smorzavi gli spigoli belando via cavo un filo di voce
fosti sempre acuta e ossessiva come la bambina che mi dava i pizzicotti.
I parcheggiatori notturni rimediano mozziconi di voce spenti.
Con un piede nella fossa e uno sul podio li accendo,
passo e chiudo il dorso contratto della mano sulla fronte
e indago nel malcerto ricordo di colei che fu perdutamente
a tempo pieno amata proprio nel suo tempo perduto a vivere
di come occhio per occhio dente per dente ella fu tutta da lui
a poco a poco perduta
L’ultima immagine è la più dura a morire
Bisognerà normalizzarci sulla frequenza delle lacrime:
Ti ho sognata gobba come un punto interrogativo, le acque scure
Galleggiavi placida sulle tue linfe come un’ofelia insomnio
Circumnavigando globuli rilasciandoti a derive
per dismisurati noduli con i binoculi gonfi di un caleidoscopico rimpianto di colori
Liquide schegge d’iride trattenute come gli aghi scombussolati
Con cui giocavi l’ultima tua scattosa mano di shangai.
Non riesco a dimenticare l’albume del tuo sguardo senza ciglia
Tempo scaduto, tempo scaduto!
“Se non fossi stata povera e sola” – Che vuoi, non respirava
“Se non fossi stata sola e malata” – Stentava ad esistere
“Se non fossi stata sola e abbandonata” – Restava appesa alle mascelle volitive
– E chi ha la pazienza, oggi, di morire? –
Ti aspettavamo al varco vestita da sposa – “Era una vera forza della cultura”
(proteggete i miei Padri)
Ti volevamo recisa come un’ifigenia bandita — /”T’hanno buttata in una fossa comune”
(proteggete i miei Padri)
Non ti avevano studiato bene prima d’investirci su
— Ti faccio pubblicità per l’avvenire:
Finalmente imparavi a morire
Un vecchio grammofono suona la vostra canzone. Lui ti ricorda così, un fremito
di coniglio, il sorriso involontario di una smorfia impercettibile.
“Era lei tutta la mia famiglia,
i figli che avrei voluto, tutto perduto
conati d’orientamento, rumori della casa
il presepe, una pianta che vive d’aria
succo d’aloe vera, adorabile bibliotecaria”
Ti hanno sbattuta fuori all’esame sul Bengodi
Non ti preoccupare, ti aspetto fuori.

Si ruppero le benevolenti tutt’e sei le rotule
E mi sentii mancare io cronista del cuore la terra sotto i piedi
ma ci afferrarono centinaia di mani nodose secche come foglie
una ressa di mani addosso ch’ebbe effetto d’ipnosi:
Nonna mare campagna dolce spacco insenatura
pelle fresca di pesca cuònsolo morbida fenditura
le manine pascolo fra i tuoi seni, armento, manine giunte,
chi ce l’ha chi ce l’ha a chi l’ho messo l’anello? dolce tanfo
d’umido e d’incenso fra i seni rosei come grosse persiche bianche
Mi salti al naso vino moscato, risaiola e capellini d’angelo,
strabica riderella di Venere, soffocàti singulti di nobildonna piumata:
Ecco il nostro tremendo segreto: Persefone e Demetra
le manine di Persefone accartocciate nel vortice di Ade
l’addome di Persefone risucchiato dal vorticante vacuo
buio e fu Persefone volente e nolente
e fu Persefone ridotta ad anima
Ecco il segreto di Pulcinella: Persefone e Demetra
in vacanza, il ciclo estivo, l’estasi per compiacere Mamma Arte
La Fanciulla sulle ginocchia della Madre come un libro aperto
e il terzo incomodo, il chicco di grano sepolto che lui
deve per forza dissotterrare per amarla a tutti i costi
il ciclo estivo di colui che sposa infera in risalita
la depressa fanciulla disperò dall’abitudine a subirsi
anima a subissare anime in regime di bene condivisi abissi
Piangiamo al varco la nostra bambina, mio triplice amore
Il sacrificio dell’ultimo menarca per la perduta remissione.

Rosaria Lo Russo

In sottofondo: “In memory of Elizabeth Reed” – Allman Brothers Band & Eric Clapton

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