Pubblicato da: max | novembre 29, 2009

Prendi il sole sottobraccio

Dicesti : “Ti amo”. Com’è che la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola cosa che desideriamo sentire? “Ti amo” è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo come due selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano. Io le ho venerate ma adesso mi ritrovo nella solitudine di una roccia scavata dal mio stesso corpo.

LE COSE SONO CAMBIATE, che frase del cazzo, io ho cambiato le cose. Le cose non cambiano, non sono come le stagioni che passano, giorno dopo giorno. La gente cambia le cose. Si è vittime del cambiamento, non vittime delle cose. Perchè mi faccio complice di questo uso scorretto del linguaggio?

Adoro i primi sei mesi. Le telefonate a mezzanotte, le esplosioni di energia, l’amante che diventa una batteria di ricarica per tutte le cellule esaurite.

L’appagamento sarebbe un sentimento? Siete sicuri che non sia l’assenza di sentimento? Lo paragono al tipo di stordimento che si ha dopo una visita dal dentista. Non un dolore né l’assenza di dolore, ma quella leggera sensazione di essere sotto l’effetto di una droga. L’appagamento è la versione in positivo della rassegnazione. Ha le sue attrattive ma non è giusto portare il cappotto, babbucce con il pelo e i guanti quando quello che il corpo vuole davvero è starsene nudo.

Me ne vado da lui perché il mio amore per te fa di ogni altra vita una menzogna.

Chiuse come un ventaglio, nessuno sospetta le ali delle tue scapole. Mentre stavi sdraiata sul ventre, modellavo le dure lamine del tuo volo. Sei un angelo caduto ma pur sempre fatta come gli angeli; il corpo leggero come una libellula, grandi ali dorate stagliate contro il sole. Non temo che tu mi ferisca. Se faccio scivolare la mano con troppa disinvoltura lungo la lama affilata della tua scapola, ritrarrò la palma sanguinante. Conosco bene le stigmate della presunzione. La ferita che non si rimarginerà se ti do per scontata.

Qualche volta mi getto fra le braccia del tramonto, spalancate come quelle di uno spaventapasseri, pensando di poter saltare dal confine del mondo nella fornace ardente e bruciare in te. Vorrei avvolgere il mio corpo nelle lingue fiammeggianti del cielo insanguinato. Tutti gli altri colori vengono assorbiti. Le sfumature opache del giorno non penetrano mai nel mio cranio annerito. Vivo tra quattro mura bianche come un anacoreta. Eri una stanza piena di luce vivida e io ho chiuso la porta. Eri un cappotto variopinto trascinato nella polvere. Mi vedi nel mio mondo intriso di sangue?

La scelta della solitudine era come il piacere di camminare sotto la neve con un cappotto cado. Chi vorrebbe camminare nudo sotto la neve?

La felicità è un specifico. La sofferenza è una generalizzazione. Normalmente le persone sanno con esattezza perchè sono felici. Raramente sanno perchè soffrono. La sofferenza è il vuoto. Uno spazio senza aria, un soffocante luogo di morte, la dimora del sofferente. La sofferenza è un palazzo-alveare, stanze come gabbie dall’allevamento, ci si siede sui propri escrementi, ci si sdraia sulla propria sporcizia. La sofferenza è una strada dove non è possibile invertire il senso di marcia, dove non ci si puè fermare. La si percorre spinti da quelli che stanno dietro, intralciati da quelli che stanno avanti. La si percorre a una velocità folle anche se i giorni sono mummificati, di piombo. Succede tutto così rapidamente, una volta che si è preso il via, non esiste alcuna àncora del mondo reale che ci faccia rallentare, niente a cui aggrapparsi. La sofferenza strappa i freni della vita, d’improvviso si è abbandonati in caduta libera. Quale che sia il nostro inferno personale, ne troveremo altri mille uguali a quello, nella sofferenza. E’ la città dove gli incubi di tutti diventano realtà.

Grandi quantità d’acqua non possono dissetare l’amore, né possono sommergerlo le inondazioni. Allora cos’è che uccide l’amore? Soltanto la disattenzione. Non vederti quando mi stai davanti. Non pensare a te nelle piccole cose. Non spianarti la strada, non prepararti la tavola. Sceglierti per abitudine e non per desiderio, passare davanti al fioraio senza accorgermene. Lasciare i piatti da lavare, il letto da rifare, ignorarti al mattino, usarti la notte. Desiderare un’altra persona mentre ti bacio sulla guancia. Dire il tuo nome senza ascoltarlo, dare per scontato che sia mio diritto pronunciarlo.

Oltre la porta c’è il fiume, ci sono le strade; lì saremo noi, e prenderemo il sole sottobraccio. Ora sbrigati, si sta facendo tardi. Non so se questo è un lieto fine, ma eccoci nella piena libertà dei campi.

tratto da “Scritto sul corpo”
Jeanette Winterson

In sottofondo: “Goodbye my lover”- James Blunt


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